Contro la subordinazione. Diritti, reddito, libertà

di Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli

L’Italia è un laboratorio per le nuove tecniche di dominazione sociale che combinano l’arcaico e il più moderno. L’ultima riforma della legislazione del lavoro, che porterà il nome di un ministro «tecnico» che ha già riformato il sistema previdenziale, Elsa Fornero, consoliderà i rapporti di lavoro neo-schiavisti, a fronte di ristrutturazioni capitalistiche che uniscono frammenti di post-fordismo, con la permanenza di legami familistici e corporativi pre-moderni:

“La ratio dell’intervento è chiara: maggiore stabilità per i giovani in ingresso barattata con una maggiore facilità (leggasi libertà) di licenziamento da parte delle imprese; incoraggiamento del lavoro dipendente; disincentivazione dei contratti a termine e a progetto mediante aumento dei relativi contributi; contrasto alle finte partite IVA mediante, forse, l’introduzione dell’obbligo di stabilizzazione; sostegno al reddito limitato nel tempo e accompagnamento al reinserimento lavorativo per il dipendente che perde l’impiego” (Rete Redattori Precari).

Oscuri frammenti di un futuro apocalittico ci spingono a denunciare questo meccanismo tritacarne creato deliberatamente per spingere tutti i nati dal 1970 (e anche prima) a svendere la propria esistenza e dignità all’ossessione delle imposizioni del lavoro e della sua assenza – sospesi al contempo tra l’oppressione familista e padronale e l’efficienza ultra-moderna dell’assoggettamento – poiché è intollerabile solo pensare a una esistenza felice e degna al di là della subordinazione al lavoro, inteso come meccanismo di integrazione esistenziale, antropologica, ancor prima che sociale. Diranno che non è vero. Perché questa riforma allarga la platea dei beneficiari degli “ammortizzatori sociali” riformati nell’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi).

E’ una falsità. I requisiti per accedere all’Aspi (2 anni di anzianità contributiva e almeno 52 settimane di contribuzione complessiva), sono identici a quelli in precedenza previsti per l’indennità di disoccupazione. Quanti tra gli oltre 4 milioni di «parasubordinati» che esistono in Italia, e quante lavoratrici e lavoratori autonomi, avranno diritto all’Aspi?

“In contemporanea si è ventilata la possibilità di abolire la CIGS e l’indennità di mobilità per fare cassa e, ulteriore presa per i fondelli, garantire così i fondi per l’Aspi. Per nascondere questo ulteriore peggioramento, il governo ci offre alcune ciliegine da mettere su questa torta indigeribile. Il contratto di lavoro a tempo indeterminato “domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoratori e imprese”, spiega la ministra Fornero. Tradotto, significa che il ventilato contratto unico (basato comunque sull’apprendistato precario per i primi tre anni), trasformandosi in “dominante”, non va più a sostituire alcuni dei contratti precari più utilizzati. Insomma restano i contratti a progetto, le false partite Iva, i contratti a termine, nonostante tutte le dichiarazioni per ridurre l’abuso del loro utilizzo. (San Precario).

Il ministro Fornero ha dunque esplicitato la centralità discriminante del contratto subordinato a tempo indeterminato nell’ordinamento del lavoro in Italia. Perché «è più produttivo». Un’affermazione che rivela, fuori tempo massimo, il tragico anacronismo che condannerà la vita di milioni di persone e, per di più, non proteggerà le tipologie lavorative ispirate a questo principio. Benché, da almeno vent’anni, sia stato dimostrato che questa figura del dipendente a tempo indeterminato non sia affatto centrale nella trasformazione delle forme contemporanee del lavoro, oggi più di prima si continuerà ad escludere milioni di persone dalle tutele residuali riservate ad essa.

Nel silenzio di tutti, tranne dei diretti interessati, con questa riforma del «mercato del lavoro» (dizione già in sé fuorviante e ultra-ideologica) si completa un ciclo riformatore che ha saccheggiato il sistema previdenziale, tra i più stabili in Europa, lasciando le generazioni che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, anno dalla «riforma Dini», con poche speranze di ricevere una pensione; e, infine, quello delle tutele residuale che, storicamente, hanno escluso il lavoro indipendente, quando non l’hanno considerato un’anomalia da correggere o da eliminare. Non bisogna nemmeno dimenticare che questo tipo di «riforme» aumenta consapevolmente la recessione in atto. È il costo che i lavoratori di tutte le età, professioni, estrazione sociale dovranno pagare – da oggi alla prossima generazione – alla totale, irresponsabile, suicida scelta delle politiche dell’austerità che hanno un impatto recessivo immediato:

 «La teoria su cui si basano queste riforme, però, ha poca attinenza con la realtà. Quello che succede con la diminuzione dei salari (e dei posti di lavoro) è che diminuisce fortemente la domanda di beni e quindi l’economia si ferma. In più, calano anche le entrate fiscali e quindi il Paese in questione non riesce a raggiungere gli obiettivi di bilancio stabiliti con l’UE. Questo provoca un nuovo “piano di aggiustamento” e l’imposizione di nuovi sacrifici che perpetuano questo circolo vizioso, depauperando sempre di più il Paese delle proprie risorse umane, industriali e naturali. Sì, perché spesso la teoria ha anche un lato molto pratico: il Paese in cui viene praticata è costretto a vendere i suoi beni pubblici: dall’acqua alle coste» (Mattia Toaldo, Il non-detto-della-riforma-del-lavoro/?).

La forma tradizionale del lavoro, basata su occupazione a tempo pieno, mansioni univoche e normate e una carriera definita sul ciclo di vita si è sgretolata prima in modo lento, ma certo, poi in via certa e a ritmi vertiginosi. Tutto questo è noto, meno noto è che in quegli stessi anni si moltiplicarono i pronunciamenti di una serie di intellettuali, giuristi e sociologi (da André Gorz a Claus Offe, da Manuel Castells a Massimo D’Antona) che, unici e inascoltati in Europa, avvertirono che il lungo trentennio della disoccupazione o della sotto-occupazione di massa – e soprattutto oggi dinanzi ad una crisi globale che espelle dal mercato del lavoro persone over-40 e 50 e rende impossibile ai loro figli di essere integrati nelle forme del lavoro contemporanee – avrebbe dovuto spingere a rinnovare i principi del diritto del lavoro, insieme a quelli costituzionali, riscoprendo il più rigoroso realismo.

 «Da questo punto di vista la precarizzazione dell’occupazione va interpretata come un allentarsi della presa che il lavoro economicamente determinato esercitava in passato sulla vita della popolazione. Significa che l’economia non ha più bisogno della piena occupazione a pieno tempo di tutti e di tutte e che l’oggetto delle politiche sociali deve essere quello di rendere disponibile per tutti il tempo liberato dal lavoro. Il carattere sempre più intermittente, discontinuo, secondario del rapporto salariale va trasformato in una nuova libertà, un nuovo diritto per ciascuno d’interrompere la propria attività professionale. Il che beninteso esige la garanzia di un reddito che non sia più direttamente legato al tempo di lavoro fornito.» (André Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica).

 Ancora una volta, e con sempre più grande urgenza, bisogna che la cultura sindacale, civile, quelle dei movimenti, i pensieri critici prendano atto che

«la promessa della piena occupazione nel lavoro subordinato stabile si rivela sempre meno esigibile e iscrive di prepotenza nell’agenda del diritto del lavoro temi nuovi» (M. D’Antona).

Oggi, più che mai, è necessario un radicale ripensamento del diritto del lavoro che le scuole giuslavoriste più garantiste provarono a declinare nel contesto italiano, e soprattutto in quello europeo, ponendo l’urgenza di una nuova agenda che ponga la centralità delle questioni post-occupazionali e degli interessi dei lavoratori, delle tutele e garanzie del cittadino-lavoratore nel mercato del lavoro e non più nel solo e tradizionale rapporto di lavoro subordinato, della progressiva e inarrestabile crisi della subordinazione, imponendo una transizione dalla tutela del lavoro (subordinato standard) alla garanzia dei lavori (subordinati o autonomi).

Oggi, più che mai, bisogna liberare l’esercizio della cittadinanza, e la vita delle persone, dai vincoli della subordinazione lavorativa, il che vuol dire anche politica, economica. Nel lunghissimo periodo di recessione che ci aspetta – si dice che l’Italia tornerà a «crescere» nel 2020, e questa «crescita» non produrrà occupazione stabile – bisogna portare in cima ai nostri pensieri l’obiettivo di modificare radicalmente la struttura sociale profonda del paese:

 «In sistemi come il nostro, di Welfare occupazionale, basato soprattutto sulla condizione di occupato, noi colleghiamo alla subordinazione gli effetti di protezione complessiva della persona di fronte ai rischi fondamentali della vita. Questo è un limite del nostro sistema di protezione sociale che va superato. Il cittadino del mondo postfordista deve essere tutelato nel mercato del lavoro anche attraverso una maggiore universalità delle protezioni fondamentali che attualmente riguardano soltanto la figura del lavoratore subordinato» (M. D’Antona).

 E ora sempre meno anche quest’ultimo. «Usciamo dalla società del lavoro senza sostituirla con nessun’altra», scriveva Gorz. Bisogna prendere atto del fatto che né il diritto a un reddito, né la piena cittadinanza, né lo sviluppo e l’identità di ognuno possono più essere centrati sulla – e dipendere dalla – occupazione di un impiego. E si tratta di cambiare la società di conseguenza. È questa la sfida del tutto fallita nel nostro Paese: dinanzi all’intermittenza lavorativa, ad una precarietà che si è fatta forma di vita, e all’impossibilità di continuare a pensare la cittadinanza solo attraverso un impiego stabile, dovrebbe essere riformulato lo statuto di una nuova cittadinanza sociale, dopo la società salariale. E invece chi riuscirà ad arrivare al 2017 – data di entrata a regime dell’Aspi, a vent’anni dal pacchetto Treu e dalla riforma Dini – sarà sempre più senza diritti, dignità, tutele, garanzie: non solo escluso da qualsiasi ammortizzatore sociale, ma di fatto espulso dalla cittadinanza e da una forma di vita degna.

Per questo dinanzi all’etica sacrificale di professorali tecnocrati paternalisti, dobbiamo trovare il modo per affermare che siamo noi la società che viene. Noi saremo tutto, ma intanto cominciamo a prenderci quello che ci spetta e che da oltre quindici anni ci è negato: diritti, reddito, dignità, autodeterminazione, eguaglianza.

La drammatica urgenza del reddito minimo garantito

di Sandro Gobetti

Il 3 ottobre del 2005 Eurostat lanciava l’allarme sul rischio povertà per le popolazioni europee. Tra queste, uno dei paesi più a rischio risultava essere l’Italia con un dato spaventoso,  il 42,5% della popolazione era a rischio povertà negli anni a venire.

Nel 2005 i dati erano già così allarmanti che Eurostat indicava in “interventi e misure di sostegno al reddito” gli strumenti necessari per arginare questo pericoloso abisso sociale.

Ad oggi  i dati sulla povertà continuano a non confortarci e quegli anni che allora dovevano venire, oggi si presentano con tutta la loro drammaticità e mostrano, nel prossimo futuro, quali rischi ci appresteremo a vivere se non riusciamo sin da subito ad intervenire con misure quali appunto un reddito garantito.

 

Ma quale giovane precario?

Prendiamo un “non più giovane precario” (culturalmente si tende ancora ad  immaginare i precari solo in quanto giovani) di circa 45 anni e che dunque negli anni trascorsi (fine 80 e anni 90) è stato quel soggetto inserito nella grande trasformazione del mercato del lavoro in qualità di lavoratore flessibile e precario. Questa persona che potremmo definire “precario di prima generazione” ha accumulato lavori diversi, salari diversi, contratti diversi. Oggi questo soggetto che ha 45 anni non si trova più nella facilità di passare da un lavoro ad un altro, viene “emarginato” anche rispetto alle disponibilità di lavori più dequalificati e dequalificanti, anche la sua “capacità” di muoversi dentro un mercato del lavoro flessibile viene meno. Il suo curriculum è fatto di diverse azioni, di diverse competenze, di diversi settori, un curriculum schizofrenico che racconta di una vita appunto legata più alle occasionalità dei lavori che ad un’unica posizione specifica. Certo, i più fortunati hanno un curriculum che si muove forse dentro “aree lavorative” o settori di riferimento (le ICT per esempio) ma magari con mansioni diverse e tempi esperenziali diversi e che non sempre somigliano alle attuali (prendete ad esempio le competenze necessarie per sviluppare i moderni software tele comunicativi).

Quel 45enne, con la nuova riforma andrà in pensione a 66 anni (presumiamo, non senza dedicare un ghigno un po’ ironico, poichè tra qualche anno un’altra riforma ci potrebbe dire che andrà in pensione a 70\72 anni). Ma quali saranno i calcoli da fare, quali le opportunità che potrà afferrare in un mercato del lavoro così selvaggio, senza garanzia e senza possibilità di volta in volta ad essere “assumibile” dentro la “fluidità e le fluttuazioni” delle opportunità di lavoro nel prossimo presente? Altro che pensione, il problema è come affrontare la quotidianità di un eterno oggi.

Avremmo dunque un soggetto che senza una garanzia, senza più le energie del suo essere stato a venti o trenta anni “precario di prima generazione”, con un’infinita disponibilità in meno di poter essere occupato. Con una infinita disponibilità in meno, proprio in riguardo alla sua dignità personale, cadrà con molta probabilità in quella schiera già ampia dei nuovi poveri.

 

Fine del welfare familistico

Parliamoci chiaro, il ritardo accumulato dal nostro paese nell’avviare strumenti di reddito minimo garantito universali, e la delega sostanziale di occuparsi da parte della famiglia di una redistribuzione del risparmio dimostra come i prossimi tempi saranno più che drammatici per milioni di persone. Inoltre, le misure di ‘contrasto alla crisi’ in atto, in particolare con queste ultime finanziarie, colpiscono proprio l‘ultimo anello, già debole, del risparmio familiare, di quella catena che ha retto faticosamente il peso dello smembramento del lavoro e dei diritti negli anni ormai trascorsi, aiutandoci a comprendere subito in quale drammatico scenario siamo entrati da tempo e dentro quale scenario con effetti ancora più devastanti ci apprestiamo a scivolare.

L’aumento dell’Iva avrà effetto immediato sui beni di consumo di prima necessità, l’ICI sulla prima casa, le tasse locali e le altre forme di tassazione per le spese eroderanno ancora di più quel livello di redistribuzione familiare che colpirà in primis figli e nipoti precari che non potranno più contare su quel minimo indispensabile quando i tempi si fanno neri. Se a questo sommiamo il fatto che molti “precari di prima generazione”, raggiunta l’età degli ormai 40 anni, hanno deciso che “andando così il mondo in qualche modo bisogna pur vivere” avranno deciso di fare un figlio, si sono voluti assumere il rischio di un mutuo per una casa (visto il costo degli affitti), magari sostenuti in prima battuta proprio dai genitori pensionati (gli unici in grado di garantire ad una banca la richiesta di un mutuo) si capisce in quale baratro si sta scivolando.

Nel 2030, quando il nostro 45enne avrà finalmente l’età per andare in pensione, con i lavori che non ha mai potuto fare, con i contributi che non avrà mai potuto versare, come farà a sostenere il proprio figlio (che oggi potrebbe essere già il 15enne della neet generation) come al contrario fecero i suoi genitori? Ed ancora, le mutazioni delle composizioni della famiglia italiana avvenute in questi anni, rendono già oggi difficile il mantenimento della catena solidaristica familistica. Inoltre non vanno dimenticate le forme di  solidarietà sociale, figlie della vecchia  classe  operaia, che oggi vengono meno proprio a fronte di una scomposizione e di una frammentazione che non garantisce altro esito che solitudini inquietanti disegnando una nuova “folla solitaria” in cerca di opportunità di sopravvivenza oltre le definizioni sociologiche di giovani e meno giovani, o di garantiti e non garantiti.  Con il rischio, già evidente nella vulgata dell “immigrato che ruba il lavoro” che dentro questa folla solitaria si inneschi la legge della giungla per accaparrarsi quelle poche occasioni di sopravvivenza che si presentano.

Una folla solitaria fatta di milioni di pensionati o anziani di oggi, i cassaintegrati che tra poco non avranno alcuna forma di sostegno, i precari di prima generazione (quelli tra i 35\50 anni), i precari di seconda generazione (quelli tra i 20\35 anni), la generazione neet (tra i 14\25 anni), le donne con figli, le famiglie con almeno due figli ed uno stipendio, i disabili, gli invalidi da lavoro, i detenuti o ex detenuti, gli immigrati, le figure operaie ormai in dismissione, gli informatici non più spendibili sul mercato perché con competenze ormai arretrate. Se a  questa “folla solitaria” dovessimo sommare appunto la generazione neet che nel 2006 contava 860mila giovani e nel 2011 arriva ad oltre 2milioni e mezzo di individui lo scenario, che oggi ci racconta del domani è drammatico. Forse non arriviamo alle cifre indicate dall’Eurostat ma il numero crescente dei nuovi poveri, della massa di persone che vivranno o vivono sotto la soglia della povertà o nella povertà assoluta è allarmante e certo rischia di rendere plausibile la nota proposta dall’ente di statistica europeo del 42% della popolazione a rischio.

Una schiera che si allarga a dismisura, diventando sempre più ampia ed incorporando i nuovi giovani precari, quelli che possiamo definire i “precari di seconda generazione”, costruendo una nuova sedimentazione di precarietà esistenziale e poi di povertà strutturale e che si “ricompongono” non dentro lo sviluppo e la partecipazione ad una società, ma dentro una sorta di “enclave” delle nuove povertà.

La questione è estremamente seria, necessita di un intervento immediato, e ogni giorno che passa non fa altro che aumentare il disastro sociale che stiamo vivendo.

 

Fare presto

Ma bisogna iniziare subito, a partire dall’introduzione di una misura di reddito garantito, che sia individuale e che garantisca almeno una soglia economica sotto la quale nessuno deve più cadere. Un reddito minimo, fosse anche in prima battuta dentro una versione di ultima istanza, sganciata dal lavoro, cioè non condizionato. Un reddito garantito dunque come misura per la dignità della persona, come sostegno alla sua inclusione nella società e come forma di partecipazione ed inclusione sociale oltre il “lavoro formale”.

La questione del reddito garantito dunque oggi va affrontato con urgenza, i ritardi anche rispetto a quelle misure che molti paesi europei hanno da tempo è enorme. Cosi come è evidente che accanto a questa misura deve iniziare al più presto un grande piano di politica per la casa che rimetta al centro il diritto ad abitare e la facilità di potersi spostare dentro e fuori le città. Se è la crescita che molti indicano come toccasana per la fuoriuscita dalla crisi, questa non può avvenire se non si dotano le persone, i cittadini di quei diritti basici (reddito, casa, trasporti etc.) che gli permettono di affrontare con qualità, dignità e serenità quella quotidiana drammaticità che invece li relega oggi ad essere soggetti ricattabili, non in grado di investire sul futuro perché non in grado di investire sul presente.

A partire dall’introduzione di una misura di questo tipo immediata, da sostenere oggi e che darebbe quel senso di equità minima, e da realizzare nel più breve tempo possibile, si dovrà avviare un serio dibattito sul tema del reddito garantito incondizionato come strumento di autonomia, di libertà di scelta.

Ma il tempo stringe e l’appello a Mario Monti e al Ministro Fornero lanciato dal Bin Italia dal titolo “Fate Presto”, segnala con forza che ciò che c’è da fare va fatto ora e l’introduzione di un reddito minimo garantito va realizzato nei prossimi mesi del 2012 proprio per cominciare ad arginare quanto meno quel rischio di “default sociale” di milioni di persone.

Verso la campagna europea per il reddito garantito

Domenica 3 giugno Teatro Valle Occupato, Roma primo appuntamento per costruire anche nel nostro paese una rete per la campagna europea per il reddito garantito.

Il 26 aprile 2012 al Parlamento europeo di Bruxelles è stata presentata la prima Iniziativa dei cittadini europei (ICE) per il reddito garantito. L’ICE permette ad almeno un milione di cittadini di almeno sette paesi europei di presentare una proposta legislativa direttamente alla Commissione europea. Questo nuovo strumento di democrazia partecipativa a livello europeo verrà usato per richiedere alla Commissione europea un atto legislativo affinché tutti gli stati membri implementino strumenti di reddito garantito a livello nazionale su tutto il territorio dell’Unione Europea. Il reddito garantito è una risposta alla continua precarizzazione del lavoro, al ricatto della povertà, e all’attacco verso i diritti di studenti, lavoratori, precari, e disoccupati.

La campagna europea per l’ICE sul reddito rappresenta un importante momento aggregativo sia a livello italiano che europeo, tanto che ad oggi sono già 14 i paesi dell’ UE che aderiscono a tale campagna. Per questo oggi è necessaria la costruzione di una forte rete italiana per sostenere la campagna e la raccolta firme, che diventi quindi parte di una più grande rete transnazionale per portare avanti la campagna a livello europeo.

Per questo motivo diamo un primo appuntamento il 3 giugno al Teatro Valle di Roma a tutte le associazioni, realtà, e singoli interessati a far partire un percorso di aggregazione che porti a breve alla costituzione di una rete italiana per la campagna europea.

L’incontro avverrà all’interno dell’Agorà Transeuropa, una due-giorni europea che porterà a Roma oltre trenta reti europee per discutere di campagne transnazionali sul reddito, beni comuni, libertà d’informazione, e altri temi.

L’incontro vedrà dunque coinvolte reti europee, con la partecipazione di attivisti da Francia, Regno Unito, Romania, Bulgaria, Ungheria, Spagna, e accademici quali Guy Standing e Carlo Vercellone che discuteranno proprio della necessità di un reddito garantito come diritto continentale.

L’incontro è aperto a tutti/e, per aderire alla convocazione è sufficiente mandare una mail con il proprio nome o il nome dell’organizzazione a rsvp@euroalter.com con “reddito” in oggetto.

Per informazioni sul programma della due giorni: http://www.euroalter.com/IT/ppp/eventi/545/

PRIME ADESIONI

FIOM

EUROPEAN ALTERNATIVES

TILT!

CILAP-EAPN

BIN ITALIA

RETE DELA CONOSCENZA

Basic income, il film

Poter volare, per l’uomo, per millenni è stata solo un’utopia. L’assurdità dell’idea appariva evidente. Grazie alla tecnica, oggi fa parte della vita di tutti i giorni. Un Reddito di Base, nella sostanza, conduce ad una società più libera. Ecco il punto fondamentale! Esso libera dalla dipendenza salariale e conduce ad una maggiore autonomia. Un Reddito di Base è possibile – incondizionato – per tutti – se capiamo perché. “Crescita economica” oggi non significa più un automatico aumento dei posti di lavoro. Proviamo a chiederci: Come proseguirà questa storia di successo? “Che lavoro farebbe, se non dovesse preoccuparsi del Suo reddito?” Assisteremmo a cambiamenti nella cultura imprenditoriale, all’interno della famiglia, sul mercato del lavoro. Liberare DAL lavoro significa anche liberare PER il lavoro. „Libertà, non tempo libero”… iniziando a **pensarlo** in un’ottica nuova…

Grundeinkommen.tv

 

Reddito di cittadinanza: una questione di volontà politica

 

Il reddito di cittadinanza ( o reddito minimo di esistenza/ reddito minimo garantito), nella sua declinazione “universalistica”, può essere definito come quell’ erogazione monetaria – accompagnata dal godimento gratuito di determinati diritti e servizi -, spettante, a titolo di diritto soggettivo, ad ogni cittadino (ovvero a ogni residente stabile) di un paese, indipendentemente dalla forma e dal livello del suo reddito, dalla propria condizione di occupazione- disoccupazione- inoccupazione e dal patrimonio: esso è inoltre incondizionato; illimitato; cumulabile con redditi da lavoro; corrisposto alle persone fisiche ( e non alla famiglia ) dal raggiungimento della maggiore età, in un ammontare sufficiente a garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali e dei diritti fondamentali della persona. 
Nelle diverse elaborazioni e pratiche reali, tuttavia, il reddito di cittadinanza ha assunto spesso le sembianze di una mera integrazione del reddito, o comunque ha finito per gravitare nell’orbita dei sistemi di protezione ed assistenza sociale – più o meno avanzati -, che ne hanno depotenziato l’ originaria portata universalistica. Ciò premesso, emerge peraltro un dato allarmante: in Europa, gli unici paesi non ancora dotati di una qualsiasi forma di reddito minimo sono l’ Italia, la Grecia e l’Ungheria. Ad esempio, in Germania, coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso, con un’ età compresa tra i 16 e i 65 anni, ricevono dallo Stato 345,00 euro al mese (per un periodo di tempo illimitato), e hanno coperti i costi dell’ affitto e del riscaldamento; con leggere differenze, dicasi lo stesso per la Gran Bretagna. In Francia, per avere diritto al Revenu minimum d’insertion (Rmi), bisogna aver compiuto 25 anni (tranne che per i disoccupati con figli): il Rmi prevede l’integrazione del reddito a 425, 40 euro mensili per un disoccupato solo e a 638,10 euro se in coppia; se la coppia ha un figlio, l’integrazione sale a 765,72 euro, che diventano 893,34 se ne ha due, i quali comunque aumentano di 170,16 euro per ogni altro figlio. Per non citare, poi, le solite Danimarca e Svezia.
Evidentemente, è anche per la totale assenza di simili protezioni, le quali sono la norma in Europa(e non parliamo di paesi socialisti, ma di un’ area dove persino il liberal-keynesismo è stato bandito!), che le fasce deboli della popolazione italiana e greca accusano con una virulenza maggiore rispetto a quelle degli altri stati europei i colpi della crisi capitalistica che avanza. A titolo di cronaca, bisogna ricordare che, limitatamente all’ ambito delle autonomie territoriali, le regioni Campania e, da ultimo, Molise hanno istituito delle forme di reddito di cittadinanza. La prima approvò nel febbraio 2004, sotto la giunta Bassolino, una legge che prevedeva, per un triennio, un contributo mensile di 350,00 euro per i nuclei familiari aventi un reddito annuo inferiore ai 5 mila euro; nel 2006, terminata la fase sperimentale, si è andati avanti attraverso proroghe annuali previste nella Finanziaria regionale. La seconda ha introdotto, nella Finanziaria regionale 2012, un’ iniziativa sperimentale di sostegno alle famiglie molisane in difficoltà economica, prevedendo l’erogazione di un contributo economico mensile a famiglia per un periodo di tempo non superiore ai 12 mesi. Nonostante ciò, ambedue i provvedimenti peccano di limiti strutturali, come la corresponsione del contributo ai nuclei familiari e non alle persone fisiche, e di limiti naturali, essendo iniziative regionali, le quali quindi si rivolgono ad aree molto circoscritte e che, non avendo le regioni la necessaria capacità finanziaria per sostenerle autonomamente, sono appese al filo sottile del cofinanziamento statale, che immancabilmente viene meno e le fa sfumare nel nulla. Perciò, è essenziale che ad agire in tal senso sia lo Stato, anche perché si stratta di interventi che hanno dei costi inverosimilmente bassi: i dati che seguono ne sono la prova.
Seguendo un’ interessante articolo di Andrea Fumagalli – economista che da anni è occupato sulle tematiche del reddito di cittadinanza, o reddito di base incondizionato(RBI) – , emerge che, considerando come soglia di povertà relativa 600 euro al mese, per 7.200 euro all’anno, allora, sulla base dei dati Caritas, per garantire a tutta la popolazione italiana attiva (dai 16 ai 65 anni d’età) un RBI pari alla soglia di povertà relativa(sotto forma di sussidio o di integrazione del reddito), occorrerebbe una cifra lorda pari a 20,7 miliardi di euro all’anno. Invece, per introdurre un RBI superiore del 20 % alla soglia di povertà relativa, ossia pari a 720 euro al mese, per 8.640 euro all’anno, sarebbero necessari 34,7 miliardi di euro; ancora, per garantire un RBI di 883 euro mensili, ovvero 10.000 euro annuali( misura che interesserebbe 12 milioni e mezzo di italiani, cioè il 31% della popolazione attiva), si giungerebbe ad un costo complessivo pari a poco più di 45 miliardi di euro. Ora, giacché il RBI andrebbe a sostituire gli attuali ammortizzatori sociali (indennità di disoccupazione, mobilità, i vari tipi di cassa integrazione, che a ragione Fumagalli definisce “ iniqui, parziali e distorsivi” ), incorporandoli e universalizzandoli – a scanso di equivoci, va aggiunto che a finanziare il RBI non sarebbe la previdenza, ovvero i contributi sociali, ma l’assistenza, cioè la fiscalità generale – , e atteso che il costo degli ammortizzatori sociali ammonterebbe a circa 15,5miliardi di euro, i quali andrebbero sottratti alla cifra necessaria all’introduzione del RBI, il costo netto dello stesso ammonterebbe a: 1) 5,2 miliardi di euro, per un RBI pari 7.200 euro annui; 2) 15,7 miliardi di euro, per un RBI pari a 8.640 euro annui; 3) 26 miliardi di euro, per un RBI pari a 10.000 euro annui. Si potrebbe opportunamente obiettare che questo tipo di RBI non sia effettivamente universale ed incondizionato, dal momento che, per beneficiarne, si pone come condizione il livello di reddito. Tuttavia, come ricorda lo stesso Fumagalli, “ una volta entrati nella graduatoria, non vengono poste altre condizioni e al momento una simile misura non esiste in Europa, anche laddove vengono dati generosi sussidi al reddito in modo sganciato dal lavoro”, e che ,inoltre, “occorre considerare che sta nella definizione della soglia di reddito da raggiungere il sistema per ampliare progressivamente i possibili beneficiari sino ad aumentare il grado di universalità di accesso”, poiché, proprio grazie all’RBI, la soglia di povertà tenderà ad aumentare automaticamente, aumentando il reddito medio della popolazione.
Tutto ciò mette in risalto come l’introduzione di un reddito di cittadinanza non sia un problema di sostenibilità economica, ma di mera volontà politica. Infatti, per coprire i saldi succitati, sarebbero innumerevoli gli interventi fiscali che potrebbero essere eseguiti e le voci di spesa da tagliare: l’introduzione di una tassa patrimoniale dello 0,5% sui patrimoni superiori ai 500.000 euro, che, secondo Sbilanciamoci, farebbe incassare circa 10,5 miliardi di euro (oltre ai vari miliardi che si recupererebbero con un aumento della progressività delle imposte); la tassazione delle rendite finanziarie, portata dal 12,5% al livello europeo del 23%, che, sempre secondo la stessa fonte, porterebbe ad un incremento delle entrate di circa 2 miliardi di euro; la drastica riduzione della spesa militare, a cominciare dalla rinuncia alla commessa dei 90 cacciabombardieri F35, che costeranno in cinque anni 10,8 miliardi; il blocco delle grandi opere, a partire dalla TAV, per iniziare una buona volta a seguire la logica delle piccole opere, e della riconversione ecologica dell’ economia; infine, un netto taglio agli stipendi dei managers pubblici, alle pensioni d’oro, agli stipendi dei parlamentari, dei consiglieri regionali e via discorrendo.
In conclusione, sembra superfluo rilevare che il reddito di cittadinanza non sia uno strumento “rivoluzionario” o la panacea di tutti i mali, ma piuttosto un mezzo schiettamente riformista, che però ha dalla sua almeno due pregi notevoli: riesce ad unificare le lotte, essendo potenziale parola d’ordine di precari, disoccupati, inoccupati, studenti, lavoratori e migranti, giovani e meno giovani, finalmente uniti dopo la poderosa strategia padronale di atomizzazione e divisione del lavoro, che ha scatenato un’ infinita guerra tra poveri; blocca l’inarrestabile corsa al ribasso dei salari e dei diritti dei lavoratori, i quali, avendo garantiti i bisogni essenziali, aumenterebbero quel potere contrattuale che, in questi tempi di lotta di classe all’incontrario, sembra destinato a svanire del tutto. E’ per questo che la Federazione Provinciale di Salerno del Partito della Rifondazione Comunista-FdS, ha lanciato un appello alle soggettività politiche ed alle realtà sociali in ordine alla costruzione di una rete salernitana per il reddito incondizionato di base, rete che si sta concretizzando in questi giorni.

Valentino Rizzo

Relazione sulla sostenibilità, costo e finanziamento di un reddito di base incondizionato in Italia.

di Andrea Fumagalli

ABSTRACT

Questa relazione si divide in due parti. La prima stima il costo dell’introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) pari a 7200, a 8640 euro e 10.000 euro l’anno, utilizzando sia i dati Istat che i dati Caritas. La seconda parte analizza le fonti dei possibili finanziamenti. Seguirà una breve conclusione. Da leggere con cura e maneggiare prima dell’uso. Materiale copy-left: Quaderni San Precario, Bin-Italia. Andrea Fumagalli

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